Pubblicato da , gennaio 04, 2017

Sei a Catania. Ti ci trovi per la prima volta. Dov’è il bancomat più vicino? Dov’è la farmacia notturna? Qual è il cocktail bar migliore della città?

Prima di Internet sarebbe stato difficile per te rispondere a tutte queste domande: saresti stato letteralmente un ignorante, sul tema. L’ignoranza è il male contro cui abbiamo focalizzato tutti i nostri sforzi, da quando esiste l’umanità e Internet è l’apice di questo sforzo: permette un accesso costante alle informazioni, possibilità senza precedenti nella storia dell’umanità (non a caso si parla di accesso a Internet come di un diritto umano fondamentale, e di Open Government Data come di una pratica di buon governo fondamentale per il prossimo secolo).

Siamo dunque meno ignoranti?

Perché siamo più ignoranti pur non essendo più ignoranti

Guardando ai fatti fin qui esposti: sì. Del resto se capitate davvero a Catania per la prima volta, uno smartphone vi permette di sapere quasi tutto della città o di raggiungere in pochi passaggi chi può saperlo.

Eppure, con tutte le nostre capacità di informarci, continuiamo ad agire in modo non ottimale, come un ignorante. Perché?

In breve: utilizziamo la stessa parola per due fenomeni diversi. Possiamo dire di aver sconfitto l’ignoranza combattuta dai nostri padri, cioè l’ignoranza informativa. Ma abbiamo scoperto, grazie a Internet, un nuovo tipo di ignoranza, molto più pericolosa: l’ignoranza elaborativa.

Nell’ignoranza informativa, il problema è la penuria di informazioni. Il mio bisnonno era ignorante perché non sapeva né leggere né scrivere, ciò lo isolava dai cambiamenti più importanti del suo tempo.

Nell’ignoranza elaborativa, il problema è la limitatezza di tempo rispetto alla sovrabbondanza di informazioni. Io sono ignorante perché ho tutte le informazioni necessarie alla mia prima visita a Catania, grazie a Google. Ma non ho il tempo di elaborarle e analizzarle tutte, eliminando il rumore di fondo.

L’effetto di queste due forme di ignoranza è il medesimo: azioni sub-ottimali. Solo che nel primo caso (ignoranza da carenza di informazioni) Internet è la soluzione, come dimostra il caso di Julius Yego che ha imparato a lanciare il giavellotto su Youtube ed è salito sul secondo gradino del podio olimpico in questa specialità a Rio 2016.

Nel secondo tipo di ignoranza (ignoranza da carenza di tempo) Internet è spesso parte del problema, come dimostra la diffusione di notizie false (bufale) inventate appositamente oppure allarmismi diffusi per assenza di verifica, come nel caso del petrolio che distrugge le spiagge italiane.

Il pericolo non è essere ignoranti, ma non sapere di esserlo

A seguito di importanti eventi politici del 2016 (Brexit e Trump in particolare), abbiamo sentito sempre più spesso parlare di Post-Verità (Post-Truth), tanto che l’Oxford Dictionary l’ha eletta a Parola dell’Anno 2016. La Post-Verità è la manifestazione più pericolosa dell’ignoranza elaborativa e ne dimostra un tratto pericoloso: l’assenza di dubbio.

L’ignorante del 1940 aveva deferenza verso il non-ignorante, una deferenza motivata spesso dalla percezione della propria ignoranza. L’ignorante del 2016 spesso non sa di ignorare, tutt’altro: eleva la propria opinione (spesso non-informata) a verità, dandole dignità di relazione con verità acquisite scientificamente. Secondo il Trust Barometer di Edelman nel 2016, a livello mondiale, l’opinione dei pari, vale tanto quanto o più di quella degli esperti, nella percezione della massa (e a questo si accompagna una distanza senza precedenti tra la visione del futuro della minoranza informata e la prospettiva pessimistica e conservatrice della massa non informata)

Fonte: http://www.ilpost.it/flashes/roberto-burioni-scienza-non-democratica/

Vecchi strumenti per nuove sfide

Dobbiamo combattere questa nuova forma di ignoranza e per farlo occorre necessariamente ridefinire la parola «ignoranza». Non abbiamo bisogno di nuove informazioni, abbiamo bisogno di strutturare meglio il pensiero che le elabora. Come fare? Utilizzando uno strumento «classico»: l’istruzione.

L’umanità non è mai stata in una condizione migliore per affrontare il problema: il numero di persone istruite non è mai stato così alto. Dobbiamo solo calibrare l’istruzione affinché diventi lo strumento per sconfiggere (anche) questa nuova ignoranza.

Fonte: https://ourworldindata.org/a-history-of-global-living-conditions-in-5-charts/#education

Molti di voi nei commenti su Facebook hanno avanzato ipotesi alternative per spiegare quella che definisco «ignoranza elaborativa», principalmente: capacità di elaborazione dell’informazione, qualità dell’informazione, metodo di elaborazione. Nelle righe seguenti vorrei esprimere il mio pensiero in merito, ringraziando tutti per l’inaspettato coinvolgimento nella conversazione e soprattutto per il tempo che mi avete dedicato.

Il concetto di «capacità» è definito su base temporale: la capacità intende una quantità massima di informazione elaborata, nell’unità di tempo (e non c’entra con l’efficacia dell’elaborazione stessa, come sembra intendere qualcuno superficialmente). Quindi il problema principale è che se l’informazione da elaborare supera la capacità massima di elaborazione riscontrata nel più «capace» degli esseri umani, allora si realizza il paradosso: compio azioni sub-ottimali frutto di ignoranza, ma non perché non esistano informazioni accessibili al riguardo. Ma perché l’accessibilità a queste informazioni è inibita dalla loro quantità rispetto alle mie capacità elaborative. E non c’è «abilità» di elaborazione che risolva il problema.

Si tratta dunque una questione che prescinde dall’intelligenza (qualsiasi cosa questa parola possa significare) del singolo.

Il secondo punto sollevato da molti è: la qualità dell’informazione. Ma qui credo ci sia un malinteso: l’informazione non è né giusta né sbagliata. Tende a essere solo un dato. Il modo in cui interpretiamo questa informazione, la elaboriamo e la combiniamo, generando conoscenza, può essere giusto o sbagliato, non l’informazione. Una bufala sull’esistenza delle scie chimiche è un’informazione che genera conoscenza sbagliata se è presa per informazione che riflette una visione affidabile della realtà. Ma è un’informazione che genera conoscenza giusta se è presa per una notizia costruita da qualcuno con un codice etico pessimo, interessi economici malcelati o una deficienza logico-deduttiva.

Quindi l’informazione è sempre di qualità, a patto di avere il giusto tempo (ancora qui torniamo) per elaborare, analizzare, sottoporre a critica.

Infine resta il punto del metodo. Da alcuni commenti sembrerebbe che ci siano esseri umani di serie A, depositari di un metodo per elaborare le informazioni, ed esseri umani di serie B, che questo metodo non lo possiedono (e mi riferisco al “metodo” per dare dignità alla critica, rifiutando a priori di commentare qualsiasi opinione che muova dall’idea che esistano a priori cervelli di serie A e cervelli di serie B, tra esseri umani non affetti da malattie o disabilità).

Premesso che l’efficacia di questo supposto metodo è comunque inficiata dal tempo per l’elaborazione (vedi discorso sopra), un metodo per definizione si apprende. Per questo l’istruzione gioca un ruolo fondamentale.

Secondo me non è nelle differenze genetiche a priori fra esseri umani il problema (io sono intelligente, gli altri imbecilli), ma nelle differenze di esperienze apprese (io ho avuto accesso a buoni maestri che mi hanno aiutato a costruire buoni metodi, gli altri no).

Un metodo è tempo: investo tempo per crearlo, analizzando (ancora tempo) e ibridando (con altri metodi/conoscenze acquisiti, quindi tempo) e una volta creato può essere utilizzato facilmente sulla stessa classe di problemi per cui è nato, risparmiando tempo.

Hanno inventato le moltiplicazioni, apprendo il metodo, lo applico. La mia capacità di elaborazione è velocizzata e posso incrementare la complessità dei problemi che posso affrontare nell’unità di tempo.

Non è intelligenza. È buona scuola. E a noi serve – è questo il mio punto – una scuola nuova, che faccia istruzione all’altezza delle sfide attuali.

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